Capitolo 5 

GIOCO E GUERRA

Da quando esistono parole indicanti la lotta e il gioco, si è dato il nome di gioco anche al combattere. Orbene, dobbiamo trattare tale definizione come una metafora nel senso più stretto? Ponemmo la domanda giàpiù addietro e credemmo di dover dare una risposta negativa: i due concetti di gioco e lotta spesso sembrano veramente confluire e confondersi. Ogni combattere che sia legato a regole limitanti ha proprio per quell'ordine limitante il carattere formale di un gioco, anzi della più intensa, più energica, e nello stesso tempo più evidente forma di gioco. I cuccioli e i ragazzi lottano "per gioco" secondo regole che limitano l'uso della violenza. Tuttavia il lecito nel gioco non sempre si arresta al versamento di sangue e neppure all'omicidio.

Il torneo medievale fu indubbiamente un combattimento simulato, dunque un gioco; eppure nelle sue primissime forme deve essere stato completamente e manifestamente "tutta serietà", fino alla morte, allo stesso modo del "giocare" dei giovani guerrieri di Abner e Joab. Il combattere, essendo funzione culturale, presuppone sempre delle regole limitanti, esige fino a un certo punto il riconoscimento di una qualitàludica. Ancora in etàassai evolute la guerra assume talvolta la pura forma d'un gioco. Il famoso Combat des Trente nel 1351, in Bretagna, nei primi documenti non viene chiamato, è vero, esplicitamente un gioco, ma tuttavia dàproprio l'impressione di una competizione; e non altrimenti è per la Disfida di Barletta nel 1503, nella quale tredici cavalieri italiani lottarono contro tredici cavalieri francesi. In una sfera mentale vuoi arcaica vuoi romantico barbarica, sono raccolte insieme in un unico concetto primario di gioco tanto la lotta cruenta quanto la competizione festiva e il combattere simulato. La guerra può essere considerata come funzione culturale finché si conduca nell'ambito di un gruppo i cui membri si riconoscano pari nel valore o almeno pari nel diritto. Quando la guerra è condotta contro gruppi che in fondo non si riconoscono come uomini, o a cui almeno non si assegnano diritti umani (sia che si chiamino "barbari", "diavoli", "pagani", o "eretici" ), allora essa può restare entro i "limiti" della civiltàsolo a condizione che un gruppo, per amore del proprio onore, si imponga anche in questo caso certe restrizioni. Su tali restrizioni era fondato fino a tempi recenti il diritto internazionale, il quale esprimeva l'aspirazione degli uomini a contenere la guerra nella sfera della civiltà. Lo stato di guerra era nettamente distinto dallo stato di pace da un lato, e dalla violenza criminale dall'altro. Al di sopra dei partiti aleggiava l'idea di una collettivitàche riconosceva i propri membri come "umanità", reclamanti il diritto a essere trattati come uomini. E' stata la teoria della "guerra totale" ad abbandonare gli ultimi resti della funzione culturale della guerra e dunque della sua funzione ludica.

Partendo dalla nostra convinzione che nell'agone è sempre intrinseco il carattere ludico, ci poniamo ora la domanda in qual misura si debba considerare la guerra come funzione agonale della società. In generale si possono mettere da parte, come non agonali, certe forme di lotta. Vogliamo per il momento lasciar fuori considerazione la guerra moderna. L'assalto di sorpresa, l'insidia, le razzie e lo sterminio non possono valere come forme agonali di lotta, pur se talvolta se ne faccia uso in una guerra agonale. D'altronde anche lo scopo politico della guerra: conquista, assoggettamento, predominio su un altro popolo, è estraneo all'ambito della competizione. L'elemento agonale entra in azione dal momento in cui le parti combattenti si considerano come avversari che si battono per una causa alla quale hanno diritto. Anche se l'unico stimolo della loro volontàcombattiva fosse la fame (il che si verifica di rado), il combattimento si presenta loro come un affare di sacrosanto dovere, d'onore o di rivendicazione. L'aspirazione al potere materiale è per lo più completamente dipendente da motivi di orgoglio, fama, prestigio e apparenza di superioritào di supremazia, perfino nelle culture più evolute e anche se i politici stessi che progettano la guerra ne interpretano lo scopo come una questione di potere materiale.

Col termine antico di "gloria" universalmente intelligibile, tutte le grandi guerre offensive, dall'antichitàfino a oggi, sono spiegate molto più realmente che con qualunque teoria sottile di forze economiche e di calcoli politici. Le moderne espressioni di esaltazione della guerra, a noi anche troppo note, si riconnettono in fondo alla concezione assiro-babilonese, secondo la quale lo sterminio del nemico era un comandamento divino a fine di maggiore gloria sacra.

Orbene, il carattere ludico della guerra che le è dunque intrinseco, si manifesta più immediato e grazioso in certe sue forme arcaiche. In una fase di cultura nella quale processo, sorte, gioco d'azzardo, scommessa, sfida, lotta e ordalìe in qualitàdi cose sacre, stavano insieme in un unico ambito concettuale, come abbiamo cercato di descrivere qui sopra, anche la guerra, in virtù della sua natura, dovette appartenere interamente a quell'ambito di concetti. Si fa la guerra per ottenere dagli dèi, con la prova della vittoria o della perdita, un verdetto con validitàconsacrata. Tale verdetto può essere provocato col sorteggio o col saggio delle forze, sia a parole sia con le armi. Scelto quest'ultimo, l'esito dimostra la volontàdegli dèi con altrettanta immediatezza che nelle altre prove.

Nella parola ordalìe (tedesco Urteil, inglese ordeal) non è espressa ancora la relazione speciale con la divinità; ogni verdetto ottenuto nelle forme giuste è un giudizio-Urteil delle autoritàdivine. Solo in secondo luogo si riconnette a date prove di forza magica l'idea tecnica di "giudizio di dio" (ordalie). Per capire bene questa relazione bisognerebbe rinunciare alla nostra distinzione fra concetti giuridici, concetti religiosi e concetti politici. Ciò che noi chiamiamo "la giustizia" nel pensiero arcaico potrebbe chiamarsi anche "la volontàdegli dèi", oppure "la superioritàcomprovata". La sorte, la lotta e la parola convincente sono alla stessa stregua "prove" della volontàdegli dèi. La lotta è una delle forme di giurisdizione alla stessa stregua del vaticinio o del processo davanti al giudice. Ma poiché in fondo si attribuisce a ogni verdetto un significato sacro, si potrebbe interpretare la lotta anche come una specie di vaticinio.

L'inestricabile complesso di concetti che si estende dal processo giudiziario al gioco d'azzardo, si rivela maggiormente nella funzione del duello nelle culture arcaiche. Il duello può avere diverse intenzioni. Può essere l'aristeia personale che introduce o accompagna la lotta generale, esaltata da poeti e cronisti, e notissima in tutti i campi della storia.

Caratteristiche sono, per esempio, le lotte personali nella battaglia presso Badr, dove Maometto abbatté i kuraisciti (1). Un gruppo di tre sfida un corrispondente gruppo nemico. Si presentano e si riconoscono quali degni avversari. Nella guerra mondiale del 1914-18 l'aristeia rivisse nella forma di sfide che i piloti rinomati si facevano pervenire mediante biglietti che lasciavano cadere. Il duello personale può servire da oracolo che vaticina l'esito della lotta imminente. Come tale lo conoscono tanto la societàcinese quanto quella germanica. Prima dell'inizio della battaglia i più valorosi sfidano il nemico. "La battaglia serve a provare il Destino. I primi fatti d'armi sono presagi efficaci" (in francese nel testo originale) (2). Il duello, però, può anche sostituire la battaglia. Guerreggiando i vandali in Spagna con gli alemanni, essi affidano la decisione della lotta a un duello (3), che dunque qui non serve da presagio ma sostituisce la lotta generale, dimostra cioè categoricamente in forma agonale la superioritàdi una delle due parti. Questa prova che una delle cause è la più forte, sottintende anche che essa è la migliore: infatti gli dèi la proteggono, e quindi essa è il diritto. Ben presto tuttavia, all'argomento di sostituire il duello alla battaglia si fonde l'altro argomento di evitare così uno spargimento di sangue. Giànel caso del merovingio Teodorico a Quierzy all'Oise sono proprio i combattenti che dicono: "Meglio che ne cada uno piuttosto che tutto un esercito" (4). Quando nel tardo Medioevo si parla ripetutamente del duello, curato giànei suoi particolari con sontuositàe solennità, mediante il quale due re o principi risolveranno la loro querelle, vi presiede senza equivoco il motivo di "evitare spargimento di sangue cristiano e la distruzione del popolo" (in francese nel testo originale) (5).

E tuttavia nell'usanza così tenacemente difesa si ritrova senza alcun dubbio l'antico concetto di una causa giuridica a tal modo risolta legalmente. Da tempo esso duello era diventato un'attrazione internazionale, un vano cerimoniale, ma la tenace affezione per quella forma e la serietàcon cui è coltivata tradiscono ancora l'origine da antiche usanze sacrali.

Ancora Carlo Quinto sfidò, ben due volte, secondo tutte le regole, Francesco Primo (6), e questo caso non doveva essere l'ultimo.

Il duello che sostituisce la battaglia si distingue a stento dal duello giudiziario che risolve un dissenso giuridico. E' noto quale posto importante abbia occupato il duello giudiziario nelle leggi e nei costumi del Medioevo. La questione se si debba considerarlo, col Brunner e con altri (7), una forma di ordalìe, oppure, con lo Schroder e con altri (8) una prova come tante altre, perde ogni senso considerando la lotta nella sua essenza più propria, cioè come agone sacrale; infatti come tale essa comprova il diritto nello stesso tempo che rivela la benevolenza degli dèi.

Pur condotto talvolta sino in fondo (9) il duello giudiziario ha fin dall'inizio la tendenza a rilevare i suoi lati formali accentuando con ciò i suoi tratti ludici. Giàla possibilitàdi farlo eseguire da un campione assoldato proviene dal suo carattere rituale; infatti proprio il tono di sacramento di un'azione permette in genere una sostituzione. Anche il limite delle armi concesse e gli strani ostacoli coi quali si tenta di dare possibilità equivalenti ad avversari di valore disuguale vedasi il caso dell'uomo che, mezzo sommerso in un fosso, deve combattere con una donna appartengono al gioco con armi. Vedendo dunque che il duello giudiziario si è svolto nel tardo Medioevo, come pare, senza troppe lesioni in generale, e si è ridotto a una specie di rappresentazione sportiva, è lecito dubitare se si debba considerare ciò come una degenerazione a forme giocose, o se non piuttosto si dovrebbe dire che questo carattere ludico il quale difatti non escludeva una cruenta serietà- è fondato nell'essenza dell'usanza stessa.

L'ultimo trial by battle (verdetto mediante lotta), in un processo civile davanti alla Court of Common Pleas, si fece nel 1571 su un terreno di 60 piedi inglesi in quadrato, appositamente apparecchiato nei Tothill Fields a Westminster.

Il duello poteva durare dal levar del sole allo spuntare delle stelle, ma terminava quando una delle due parti, che combattevano con scudo e bastone come giàera prescritto nei Capitolari carolingi, si dichiarava vinta pronunciando "la terribile parola" craven. L'intera cerimonia, come la chiama Blackstone, aveva "una forte rassomiglianza con certi divertimenti atletici rurali" (10).

Se il duello giudiziario e il duello completamente fittizio fra sovrani partecipano di un importante elemento ludico, altrettanto si può dire del duello comune come lo praticano parecchi popoli europei fino al giorno d'oggi. Il duello privato vendica l'onore offeso. Ambedue i concetti, l'offesa dell'onore e il bisogno di vendicarlo, appartengono particolarmente all'etàarcaica di ogni cultura, pur restando invariata la loro viva importanza psicologica e sociale in generale. L'integro onore di un gentiluomo deve risultare apertamente, e se il riconoscimento ne è pericolante, allora dev'essere conseguito e mantenuto con azioni agonali. Nel riconoscimento di quell'onore personale non importa se esso sia basato su giustizia, veracitào su altri principi etici.

E' il riconoscimento sociale senz'altro che è messo in gioco. Qui si potrebbe lasciare in dubbio se il duello privato sia radicato sì o no nel duello giudiziario. In fondo è lo stesso, l'eterna lotta per il prestigio, che è un valore primario contenente in sé e potenza e giustizia. La vendetta è la soddisfazione del senso d'onore, per quanto perversa, criminale o morbosa possa essere la base di quest'ultimo. Abbiamo notato giàprima che talvolta la figura di Dike non si distingue chiaramente da quella di Tyche, la Fortuna. Allo stesso modo essa si confonde nell'iconografia ellenica con Nemesis, la vendetta (11). Il duello tradisce la sua affinitàessenziale con il verdetto anche nel fatto che, proprio come il duello giudiziario, non lascia ai parenti dell'ucciso l'obbligo della vendetta, purché il duello abbia avuto luogo nella giusta forma.

In periodi con forte impronta nobile-militare, il duello privato può giungere a forme sanguinosissime, nelle quali le persone principali e i loro assistenti si combattono a gruppi, a cavallo e con la pistola. Tale forma aveva acquistato il duello nel Cinquecento in Francia. Da un insignificante dissenso fra due nobili seguiva spesso uno scontro sanguinoso fra sei o otto persone. Parteciparvi era una questione d'onore per i secondanti.

Montaigne parla d'un tale duello fra tre favoriti di Enrico Terzo e tre nobili della corte del Guisa. Richelieu si oppose all'usanza, ma ancora al tempo di Luigi Quattordicesimo se ne ebbero delle vittime. D'altronde fa parte del carattere sacrale originariamente intrinseco al duello comune - il fatto che lo scontro per lo più non tende a uccidere, ma che il solo spargimento di sangue soddisfa a salvare l'onore. Perciò il moderno duello francese, che di regola non porta ad altro che a qualche ferita, non è da considerarsi affatto un ridicolo infiacchimento di costumanze gravi. Il duello è nella sua essenza una forma rituale di gioco, è il controllo dell'omicidio impreveduto causato da ira sfrenata. Il luogo ove si decide la lotta è un luogo di gioco, le armi devono essere esattamente uguali; si dàun segnale per cominciare o per finire, il numero dei colpi è prescritto. Un semplice ferimento basta per soddisfare al criterio dell'onore vendicato con sangue.

L'elemento agonale nella vera guerra non si lascia soppesare esattamente. Pare che nelle più antiche fasi culturali nella lotta fra tribù e fra individui, non sia sviluppato ancora l'elemento di competizione. Le razzie, gli omicidi, le cacce all'uomo sono stati sempre in uso, sia per fame, per timore, per concetti religiosi, sia per crudeltà. In fondo l'idea della guerra si presenta solo nel punto in cui la gente distingue uno stato speciale e solenne di ostilitàgenerale dalla contesa individuale e, fino a un certo punto, dalle liti familiari. Orbene, una tale distinzione pone la guerra non solo in un ambito sacro, ma contemporaneamente in quello agonale. Con ciò essa è elevata a causa sacra, a un confronto generale di forze, e ad espressione ultima del destino; per farla breve: la guerra è accolta in quella sfera in cui giustizia, sorte e prestigio stanno ancora insieme indivisi. E così viene a rientrare anche nella sfera dell'onore. Diventa un'istituzione sacra, e come tale rivestita di tutti gli ornamenti spirituali e materiali di cui disponga la tribù.

Ciò non significa che d'ora innanzi la guerra saràcondotta sotto tutti i rispetti secondo le norme di un codice d'onore e come un'azione rituale. La violenza bruta mantiene tutta la sua potenza. La guerra è vista però alla luce del dovere e dell'onore sacrosanti e nelle forme loro, fino a un certo punto, essa è anche eseguita, "giocata".

Resterà empre difficile definire in quale misura il guerreggiare sia veramente dominato e influenzato da quei concetti. La maggior parte di ciò che sappiamo dalle fonti storiche di tali lotte in bello stile è basata sulla visione letteraria in cui contemporanei o posteri hanno fissato la lotta in forme di epopea, di canto o di cronaca.

Ci troviamo una buona porzione di estetismo e di finzione romantica o eroica. Sarebbe però ingiusto pensare che il nobilitare la guerra per mezzo dell'elevazione nel dominio rituale e morale sia stata mera finzione, o che il rivestimento estetico della guerra non sia stato altro che un manto di cui si è avvolta la crudeltà. E anche se così fosse stato, in queste raffigurazioni della guerra come gioco solenne, d'onore e di virtù si è formata l'idea del cavaliere, cioè del guerriero nobile. Anzi: unendosi ai concetti di cavalleresco dovere e di cavalleresca dignità, è sorto su basi antiche e cristiane il sistema del diritto internazionale.

E di queste due idee: cavalleria e diritto internazionale si è alimentato il concetto della più pura umanità.

L'elemento agonale, cioè ludico della guerra, sia ora illuminato da alcuni esempi presi da civiltàe periodi differenti. Sia premesso un dettaglio che equivale ad una lunga dimostrazione: la lingua inglese adopera tuttora l'espressione to wage war, letteralmente scommettere la guerra, sfidare alla gara della guerra, lanciando nel mezzo il gage (pegno) simbolico.

Due esempi dall'Ellade. La guerra nel settimo secolo avanti Cristo tra le due cittàdell'isola Eubea, cioè Calcide ed Eretria, secondo la tradizione fu condotta completamente in forma di competizione. Nel tempio di Artemide fu depositata una solenne convenzione in cui erano fissate le regole della lotta. Vi erano indicati tempo e luogo della lotta. Tutte le armi da lancio: arco, frombola e giavellotto erano proibite, soltanto spada e lancia potevano determinare la decisione.

L'altro esempio è più noto. Dopo la vittoria di Salamina i greci volsero le prore verso l'istmo per distribuire premi, in questo caso chiamati aristeia, a coloro che nella lotta erano stati benemeriti. I condottieri votarono sull'altare di Poseidone, e dettero un voto per il primo e uno per il secondo. Ognuno votò a proprio favore per il primo posto, ma la maggior parte votò a favore di Temistocle per il secondo posto, di modo che questi ebbe la maggioranza dei voti; ma la mutua invidia impedì che tale esito fosse messo in vigore (12). Quando Erodoto, narrando della battaglia navale di Micale, dice che le isole e l'Ellesponto erano il premio (aethla) della contesa fra elleni e persiani, ciò non significheràforse altro che una comune metafora. Evidentemente però Erodoto stesso nutriva dubbi sul valore della concezione della guerra come duello. Nell'immaginario consiglio di guerra alla corte di Serse, egli fa biasimare da Mardonio la stoltezza dei greci, che fra di loro si annunciano solennemente le guerre, e poi usano scegliere un bel campo di battaglia in pianura e recarvisi, a danno dei vincitori quanto dei vinti. Essi dovrebbero far risolvere i loro dissensi da araldi o messi, o per il caso che si dovesse assolutamente combattere converrebbe scegliere un luogo massimamente arduo per un eventuale attacco (13).

Pare che ovunque nella letteratura si descriva e lodi la guerra nobile e cavalleresca, si faccia valere anche la critica che vi contrappone il vantaggio tattico o strategico. Sorprendente a questo riguardo è la somiglianza fra i casi riportati nelle fonti cinesi e in quelle dell'Occidente medievale. Ecco come Granet ci delinea il guerreggiare dei cinesi nel periodo feudale (14). Si usa parlare di vittoria soltanto quando l'onore del condottiero esce accresciuto dalla lotta. E ciò non avviene per l'ottenuto vantaggio, tanto meno se questo è sfruttato fino all'estremo, ma soprattutto usando moderazione. Due nobili signori, Tsin e Ts'in, stanno di fronte con gli eserciti in ordine di battaglia, senza tuttavia combattere. La notte viene un nunzio di Ts'in per avvertire Tsin a tenersi pronto: - C'è abbastanza guerrieri da entrambe le parti! Vi invito allo scontro domani mattina! - Ma la gente di Tsin si accorge che il nunzio ha lo sguardo incerto, e che la sua voce suona malsicura. Ts'in ha giàperduto.

L'esercito di Tsin ha paura di noi. Si darà alla fuga! Spingiamo il nemico verso il fiume! Lo sconfiggeremo indubbiamente -.

L'esercito di Tsin resta però in riposo, e l'avversario può ritirarsi a suo agio. L'onore impedì di seguire tale consiglio.

Infatti: "Non raccogliere i morti e i feriti è disumano! Non aspettare il momento fissato, mettere alle strette il nemico è vile... " (15).

E modestamente il vincitore rifiuta di costruirsi un trofeo sul campo di battaglia: ciò aveva senso quando gli antichi principi splendenti di valore combattevano i nemici del cielo esponendo in tal modo i maligni, "ma qui non ci sono dei colpevoli, bensì soltanto dei vassalli che hanno dato prova di fedeltàsino alla morte. Un trofeo per questo?".

All'atto di fondare un accampamento se ne orientava la struttura accuratamente secondo dati punti cardinali. L'organizzazione di un tale campo era rigorosamente prescritta perché questo passava per una copia della residenza regale. Prescrizioni come queste tradiscono chiaramente la sfera sacrale alla quale appartiene tutto ciò (16). Sia lasciato qui in dubbio se si possano indicare origini sacrali nella struttura dell'accampamento romano, come F . Muller e altri suppongono. Certo è che i ricchi e adorni accampamenti del tardo Medioevo, come quello di Carlo il Temerario davanti a Neuss nel 1475, dimostrano efficacemente la stretta relazione fra il mondo concettuale del torneo e quello della guerra.

Un'usanza derivata dall'idea della guerra come gioco nobile e che di tanto in tanto si applica ancora nella guerra moderna, assolutamente disumanizzata, è lo scambio di cortesie col nemico.

Qualche volta non vi manca un certo elemento di satira che fa spiccare maggiormente il carattere ludico dell'usanza. Nella guerra feudale cinese è d'uso mandare all'avversario un boccale di vino che questi vuota con solennitàcommemorando gli omaggi ricevuti nel sereno passato (17). E poi c'è l'uso di salutarsi con ogni sorta di ossequi, di scambiarsi doni di armi, come fanno Glauco e Diomede. E volendovi subito aggiungere un esempio occidentale moderno: ancora nel 1637, nell'assedio di Breda in Olanda, che fece passare definitivamente la cittàdagli spagnoli agli olandesi, il comandante di Breda rimandò cortesemente al conte di Nassau la sua quadriga rubatagli dagli assediati, facendola accompagnare da 900 fiorini per le sue truppe. Talvolta il nemico dàconsigli ironici e ingiuriosi. In una lotta fra Tsin e Ch'ou, un guerriero dell'uno mostra con irritante pazienza all'altro come deve liberare dal fango un carro militare, ed è ricompensato con le parole: "noi non siamo abituati come voialtri a fuggire" (18).

Gli accordi che si riferiscono al tempo e al luogo della battaglia costituiscono il punto cardinale del trattamento della guerra come onesta contesa, che nel medesimo tempo è verdetto giuridico. La delimitazione di un terreno per il combattimento, di un "campo di battaglia", si può considerare come assolutamente identica all'atto di costruire un recinto intorno al luogo del tribunale popolare. Ne troviamo la descrizione nelle antiche fonti norvegesi; con cavicchie o con frasche di nocciuolo si delimita il terreno della contesa. Il concetto vive tuttora nell'inglese a pitched battle, che vale per una battaglia regolare nel senso strategico. D'altra parte è difficile ormai determinare in qual misura avesse veramente luogo nella guerra seria una reale delimitazione del campo.

Già nella sua essenza era una forma sacrale, e come tale poteva sempre essere indicata soltanto simbolicamente, piantando qualche contrassegno che facesse le veci di una cinta reale. Però la solenne proposta di tempo e luogo per la battaglia ci è trasmessa da innumerevoli esempi dalla storia medievale. Tuttavia anche qui è manifesto subito che in primo luogo si tratta di una formalità, perché la proposta viene di regola o negata o trascurata. Carlo d'Angiò fa sapere a Guglielmo d'Olanda, il re romano (19): "che egli stesso con i suoi uomini ad Assche sulla landa voleva aspettarlo tre giorni".

Il duca Giovanni di Brabante, nel 1332, fa proporre al re Giovanni di Boemia, da un araldo che porta in mano la spada nuda, il mercoledì e un dato luogo per la battaglia, con la preghiera di una risposta e di un'eventuale proposta modificata. Ma il re, che è del resto lui stesso un modello della ricercata moda cavalleresca di quei giorni, fece aspettare il duca due giorni sotto la pioggia. La battaglia di Crécy (1346) fu preceduta da una corrispondenza con la quale il re di Francia lasciava a quello d'Inghilterra la scelta fra due luoghi e quattro giorni di tempo o magari di più (20). Il re Edoardo rispose che non poteva traversare la Senna, ma che aveva giàaspettato il nemico tre giorni, invano. Presso Najera, in Spagna, Enrico di Trastamare svela realmente la sua posizione vantaggiosa, per poter combattere il nemico a ogni costo in campo aperto, e viene poi sconfitto. La forma sacrale è qui infiacchita sino a diventare una cerimonia, un gioco di onore cavalleresco, senza però perdere con ciò molto del suo carattere originale che difatti è ludico. Il desiderio preponderante di vincere la guerra frenò il funzionamento di un'usanza che era fondata su rapporti culturali più primitivi, e che làaveva avuto un valore reale (21).

Nello stesso senso della proposta di tempo e luogo prima della battaglia, vanno interpretate la pretesa a un posto d'onore fisso nell'ordine di battaglia e l'esigenza che il vincitore sosti tre giorni sul campo. La prima, cioè il diritto all'iniziativa della battaglia, che talvolta era stipulato in contratti oppure spettava come prestazione a date famiglie o a date regioni, dava spesso occasione a liti violente, perfino con esito letale. Nella famosa battaglia di Nicopoli nel 1396, dove uno scelto esercito di nobili, partito per la crociata con gran pompa, fu disfatto dai turchi, si perdette ogni possibilitàdi vittoria con siffatte questioni di precedenza. Resta dubbio se nella sosta di tre giorni sul campo di battaglia, richiesta ogni volta con insistenza, si possa vedere senz'altro la sessio triduana del diritto romano.

Certo è che con tutte queste usanze, di indole cerimoniale e rituale, trasmesseci dalle regioni anche più distanti, la guerra dimostra chiaramente la sua origine dalla sfera agonale primitiva, nella quale gioco e lotta, giustizia e sorteggio, stavano ancora insieme indivisi (22).

Se chiamiamo arcaica la guerra agonale e sacrale, questo non significa che nelle civiltàprimitive proprio ogni lotta si sia svolta in forma di contesa regolata, come non significa neppure che nella guerra moderna l'elemento agonale non occupi più alcun posto. E' un ideale umano d'ogni epoca quello di combattere con onore per una causa che sia buona. Questo ideale sin dall'inizio è violato nella cruda realtà. La volontàdi vincere è sempre più forte dell'autodominio imposto dal senso d'onore. Per quanto la civiltàumana ponga dei limiti alla violenza a cui si sentono portati i gruppi, tuttavia la necessitàdi vincere domina a tal punto i combattenti che la malizia umana ottiene sempre libero gioco e si permette tutto ciò che può inventare l'intelletto. La societàarcaica traccia strettamente i limiti del lecito, cioè le regole del gioco, intorno al proprio cerchio della tribù e dei suoi pari. L'onore, al quale si vuole restar fedeli, vale soltanto di fronte ai propri pari. Tutte e due le parti in contesa devono aver riconosciuto le regole, altrimenti non hanno valore. Finché hanno da fare con pari, i contendenti partono in linea di principio da un senso d'onore a cui si unisce uno spirito di scommessa e l'esigenza di qualche moderazione (23). Ma non appena la guerra viene diretta contro quelli che sono considerati inferiori, siano chiamati barbari o altrimenti, va perduto ogni ritegno nella violenza, e allora si vede la storia degli uomini macchiata delle ributtanti crudeltàdi cui, per esempio, si vantavano re babilonesi e assiri come di un'opera protetta dagli dèi. Uno sviluppo fatale di possibilitàtecniche e politiche, e un accentuato squilibrio morale, hanno in questi ultimi tempi paralizzato la costruzione faticosamente acquistata del diritto di guerra, finanche nella pace armata; diritto secondo il quale l'avversario era considerato parte equivalente a cui era dovuto un trattamento onorevole e onesto

Invece dell'ideale di onore e nobiltà, primitivo e radicato nella presunzione, in fasi progredite di cultura si fa avanti un ideale di giustizia, o meglio questo si unisce a quello e, per quanto effettuato disgraziatamente, diventa alla lunga la norma riconosciuta e voluta di una collettivitàumana; la quale intanto si è estesa, dal contatto fra clan e tribù, alla societàdi grandi popoli e Stati. Il diritto internazionale sorge dall'ambito agonale, è l'espressione consapevole della nozione che dati fatti sono contro le regole. Una volta che un sistema di obblighi internazionali è dilatato, lasceràormai poco posto all'elemento agonale nei rapporti fra gli Stati. Cerca infatti di risolvere l'istinto di contesa politica in una coscienza giuridica. Una collettivitàdi Stati che si schiera sotto un diritto internazionale da tutti riconosciuto, non offre più occasione a guerre agonali entro il proprio cerchio. Nondimeno tale collettivitànon ha perduto affatto con ciò tutti i caratteri distintivi di una comunitàludica. Il suo principio di paritàdi diritti, le sue forme diplomatiche, la sua reciproca osservanza di fedeltàa trattati e la denuncia formale di accordi fatti sono tutte cose che assomigliano esteriormente a una regola di gioco, perché comportano degli obblighi soltanto nella misura che viene riconosciuto anche il gioco stesso, cioè la necessitàd'una societàumana ben ordinata. Stavolta però, tale gioco forma la base stessa di ogni civiltà. Solo formalmente la denominazione di gioco è ancora alquanto appropriata. Siamo però giunti davvero al punto che quel sistema di diritto internazionale non viene ormai più riconosciuto come base di ogni civiltà, o almeno non è più osservato. Non appena un membro di quella societàdi Stati tradisce in pratica l'obbligatorietàdel diritto internazionale, o non appena, anche soltanto in teoria, esso premette come unica norma di condotta degli Stati, l'interesse e la potenza del proprio gruppo, sia esso popolo, partito, classe, Chiesa o Stato allora sparisce insieme con l'ultima traccia puramente formale di un contegno ludico anche ogni pretensione a civiltà, e la societàricade allo stesso tempo sotto il livello della cultura arcaica.

Giacché la violenza assoluta riprende i suoi diritti.

Qui dunque si presenta con evidenza l'importante conclusione che cultura non può esistere senza un certo mantenimento dell'abito ludico. Ma neppure in una societàtotalmente sregolata per l'abbandono di ogni rapporto giuridico, l'istinto agonale è soppresso completamente, giacché esso è inerente alla natura umana stessa. La tendenza innata a voler essere i primi aizza anche allora gruppo contro gruppo, e in sfrenata presunzione può condurli ad altezze inaudite di accecamento e di follia. Sia che uno voglia seguire la dottrina antiquata che vede nei rapporti economici la forza motrice della storia, sia che voglia instaurare un nuovo sistema filosofico per dare nome e forma a quella tendenza a trionfare, in fondo si tratta sempre di vincere, pur con piena coscienza che un "trionfo" non può più essere un "guadagno".

Rivaleggiare, allo scopo di manifestare la propria superiorità, significa indubbiamente per la cultura giovane un fattore educativo e nobilitante. In stadi primitivi, in cui gli uomini sono ancora ingenui e infantili e dove siano vivi i concetti d'orgoglio di classe, tale rivalitàha prodotto il superbo coraggio personale indispensabile a una giovane cultura. Anzi in quelle giostre continue piene di valore sacro crescono le forme della civiltàstessa, si sviluppa la struttura della vita sociale.

La vita dei nobili acquistò la forma di un gioco edificante di onore e coraggio. Ma proprio perché quel nobile gioco può realizzarsi così poco nell'aspra guerra stessa, proprio per questo deve essere giocato in una finzione sociale estetica. La cruenta violenza è relegabile solo in minima parte in nobili forme culturali. Lo spirito sociale, dunque, cerca sempre di nuovo uno sbocco nelle belle fantasie di una vita eroica che si compia con generosa rivalitàin una sfera ideale di onestà, di virtù e di bellezza. Il concetto della lotta nobile è e saràormai uno dei più forti impulsi del fenomeno culturale. Sviluppatasi fino a un sistema di atletica guerriera e di solenni giochi di società, di poetica nobilitazione dei rapporti umani, come la presentano la cavalleria medievale e il bushido giapponese, questa fantasia stessa avràeffetti reali su atteggiamenti e attivitàpersonali, temprando il coraggio e aumentando il senso del dovere. Il sistema di nobile lotta come ideale e forma di vita per eccellenza, è intrinsecamente unito a una struttura sociale nella quale una numerosa nobiltàguerriera, piuttosto a corto di mezzi, dipende da un potere sovrano con autoritàconsacrata, mentre la fedeltàal signore è il motivo centrale dell'esistenza. Soltanto in una societàconsimile, dove l'uomo libero non è costretto a lavorare, può fiorire l'istituzione della cavalleria con le sue gare regolari e indispensabili, cioè col torneo. In quell'atmosfera si prende sul serio il gioco di voti fantastici che obbligano a gesta inaudite, ci si appassiona per questioni di blasone e di gonfalone; allora si lega a ordini religiosi o cavallereschi, e ci si contende rango e precedenza.

Soltanto un'aristocrazia feudale ha tempo e voglia per queste cose. Tale grande complesso agonale d'idee, d'usi e d'istituzioni si è manifestato più chiaramente nell'Occidente medievale, negli Stati musulmani e in Giappone.

Quasi meglio ancora che nella cavalleria cristiana, si mostra nel paese del Sole Levante il carattere fondamentale di tutto questo.

Il samurai stimava che ciò che è cosa seria per gli uomini comuni dev'essere un gioco per l'uomo di valore. Il generoso autodominio di fronte al pericolo di morte vale per lui più d'ogni altra cosa. Il diverbio ingiurioso di cui parlammo addietro può elevarsi a una nobile arte cavalleresca, con la quale i combattenti mostrano il loro dominio della forma eroica

Appartiene pure a tale eroismo feudale il disprezzo dell'uomo nobile per ogni cosa materiale. Il gentiluomo giapponese dava mostra di buona educazione non sapendo il valore delle monete. Un principe giapponese, Kenshin, in guerra con un altro, Shingen, che abitava in montagna, venne a sapere che un terzo che non aveva dichiarato apertamente la guerra a Shingen gli aveva però bloccata l'importazione del sale. Allora Kenshin ordinò ai suoi sudditi di mandare al nemico sale in abbondanza, e gli scrisse che trovava indegno quell'atto di lotta economica: "Io non combatto col sale, ma con la spada!" (24). Quella sì era osservanza alle regole del gioco!

Non è dubbio che questo ideale cavalleresco di onore, fedeltà, coraggio, autodominio e di adempimento del dovere abbia realmente promosso e nobilitato le culture che l'hanno tenuto in onore. Pur trovando gran parte della propria forma espressiva in fantasia e finzione, non di meno nell'educazione e nella vita pubblica quell'ideale ha certamente promosso il personale vigore spirituale e innalzato il livello etico. Ma la figura storica di tali forme culturali, quale ci appare con gloria epica e romantica tanto affascinante nelle fonti medievali-cristiane e giapponesi, ha trascinato ripetutamente anche gli animi più miti a lodare la guerra come fonte di virtù e di abilitàpiù di quel che abbia veramente meritato. Il tema della lode della guerra come fonte di facoltàumane è stato trattato, qualche volta, un po' alla leggera. John Ruskin aveva forzato molto se stesso quando, ai cadetti di Woolwich, indicò la guerra come la indispensabile condizione a tutte le arti pure e nobili della pace. "Nessuna grande arte fiorì sulla terra se non da una nazione di soldati".

"A una nazione non è possibile nessuna grande arte se non quella basata sulla battaglia". Ed egli continua, non senza qualche ingenua superficialità nel maneggiare i suoi esempi storici: "Io trovai insomma che tutte le grandi nazioni, tutto ciò che hanno appreso di veritànella parola e di acutezza nel pensare, l'hanno imparato in guerra, che esse hanno attinto quanto serve alla vita in guerra e hanno dissipato questi beni nella pace; che esse furono ammaestrate dalla guerra e illuse dalla pace; educate dalla guerra e ingannate dalla pace; in una sola parola: ogni nazione grande è nata in guerra e morta in pace"!

Qualcosa di vero c'è in queste parole, che fanno una certa impressione. Ma Ruskin corregge subito la propria retorica: tutto ciò non vale per "ogni" guerra. Egli intende più particolarmente "la guerra creativa o fondamentale, in cui la naturale irrequietudine degli uomini e la loro inclinazione alla contesa sono disciplinate nel modo d'un gioco magnifico, anche se fatale".

Egli vede l'umanità divisa sin dall'inizio in due razze: "una di lavoratori e l'altra di giocatori", cioè combattenti, "magnificamente oziosi, e perciò continuamente bisognosi di ricreazione, nella quale essi usano le classi produttive e lavoratrici in parte come loro vacche da latte, in parte come giocattoli o pegni nel gioco della morte". Nella fugace visione ruskiniana sul carattere ludico della guerra arcaica troviamo uniti perspicacia e sogni. L'importante è che egli abbia capito l'elemento ludico esistente in esse. Secondo Ruskin quell'ideale cavalleresco è realizzato a Sparta e nella cavalleria medievale.

Immediatamente però, dopo le succitate parole, la sua seria e onesta mansuetudine si prende la rivincita sopra il corso dei suoi pensieri, e il suo saggio, scritto sotto l'impressione delle stragi della guerra civile americana, passa alla più appassionata condanna che si possa immaginare della guerra moderna (25).

Fra le tante virtù una sembra davvero sorta nella sfera dell'aristocratica e agonale vita guerriera primeva: la fedeltà.

Fedeltàè la dedizione a una persona, a una causa o a un'idea senza discutere oltre le ragioni di tale dedizione né mettere in dubbio la sua obbligazione permanente. Questo è un atteggiamento spiccatamente proprio all'essenza del gioco. Non è artificioso voler scoprire in quella sfera primitiva di esistenza-gioco l'origine d'una virtù che nelle sue forme più pure e nelle sue perversioni più ripugnanti ha prodotto un così vigoroso fermento nella storia.

Comunque sia, una fioritura magnifica e una ricca messe di valori culturali sono germogliate nel piano della cavalleria: espressione epica e lirica della migliore natura, arte decorativa varia e capricciosa, graziose forme di cerimoniali e di convenzioni. Dal cavaliere passando per l'honnAte homme del Seicento fino al gentleman moderno corre una linea retta. L'Occidente latino ha accolto in quel culto della nobile vita guerriera anche l'ideale della cortesia e ve l'ha inserito tanto intimamente che alla lunga l'ideale amoroso è giunto a nascondere il culto della vita guerriera.

Una sola cosa sia detta ancora qui. Parlando di tutto ciò come di un'armoniosa forma di cultura, quale ci appare l'istituzione della cavalleria dalla tradizione di diversi popoli, si corre il pericolo di perdere di vista lo sfondo sacrale. Tutto ciò che ora vediamo come un gioco nobile e bello, una volta è stato un gioco sacro. L'iniziazione a cavaliere, il torneo, l'ordine e il voto hanno senza alcun dubbio le loro origini nelle cerimonie d'iniziazione di tempi primordiali. Non si possono più indicare gli anelli in quella catena d'evoluzione. Più specialmente la cavalleria cristiana medievale ci è nota soltanto come un elemento culturale mantenuto vivo artificialmente e in parte resuscitato intenzionalmente. Altrove ho cercato di descrivere per esteso che significato ha avuto la cavalleria ancora nel tardo Medioevo, col suo sistema accuratamente studiato di codici d'onore, di costumi cortigiani, d'araldica, d'osservanza all'ordine cavalleresco e di tornei (26). E' in questo campo soprattutto che mi si è rivelato l'intimo rapporto fra cultura e gioco.

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