Capitolo 4 

GIOCO E DIRITTO

A prima vista la sfera di diritto, di legge e di giustizia è lontanissima da quella del gioco. Infatti tutto ciò che è diritto e giustizia viene dominato da sacrosanta serietàe dall'interesse vitale dell'individuo e della sua collettività. La base etimologica dei concetti che esprimono diritto, giustizia e legge, è situata per lo più nell'ambito del fissare, stabilire, indicare, tenere; dell'ordine; dello scegliere, dividere, raccogliere; della parità; del legare; della consuetudine. Tutti questi sono concetti più o meno opposti alla sfera semantica in cui sorgono le parole indicanti gioco. Noi abbiamo però ripetutamente osservato che il carattere sacro e serio di un'azione non esclude affatto la qualità ludica.

Una certa quale affinitàfra diritto e gioco ci si rivela chiaramente non appena notiamo che la pratica del diritto, cioè il processo, possiede al massimo grado il carattere competitivo, qualunque possano essere le basi ideali del diritto. Accennammo giàal rapporto fra la genesi del diritto e il principio agonale quando descrivemmo il potlatch; il quale da Davy fu difatti trattato completamente dal lato della storia del diritto, come origine cioè di un sistema primitivo di accordi e di obblighi (1).

La lite delle parti è trattata dai Greci come un agon, come una lotta impegnata con regole fisse, in forme consacrate, per la quale le parti invocano la decisione di un arbitro. Questa concezione del processo come gara non va considerata quale sviluppo ulteriore, quale metafora o denaturazione, come invece sembra fare Ehrenberg (2). Anzi, proprio dall'essenza agonale del processo parte l'intero sviluppo suo, e tale indole agonistica resta viva e attiva fino al giorno d'oggi.

Chi dice gara dice gioco. Vedemmo giàprima, che mancano ragioni sufficienti per negare a una qualsiasi gara il carattere ludico.

Tanto la qualitàludica come quella competitiva, ambedue risolte in quella della sacralitàche ogni gruppo richiede per la sua giustizia, traspaiono ancor oggi in molte forme della vita giuridica. Il processo ha luogo in una "corte". Tale corte è tuttora, nel pieno senso della parola, quel ieros kyklos, il recinto consacrato entro il quale si vedevano seduti i giudici raffigurati sullo scudo d'Achille (3). Ogni luogo di giustizia è un vero temenos, un sacro luogo isolato, tagliato fuori per così dire dal mondo delle cose consuete. Il tribunale, sia esso circolare o quadrato, è delimitato da corde prima che si inauguri la sessione. E' un vero cerchio magico, un luogo di gioco, entro il quale la solita differenza sociale fra gli uomini è sospesa. Làdentro si è intangibili per un dato tempo. Prima di incominciare la gara d'invettive Loki si assicurò che il posto fosse un "grande luogo di pace" (4). In Inghilterra la Camera dei Pari è in essenza tuttora un tribunale; ecco perché il woolsack, sede del lord cancelliere che in fondo non fa parte del personale della corte, vale come "tecnicamente estraneo alla cinta della House".

Tuttora i giudici escono dalla "vita solita" prima di cominciare il lavoro giudiziario. Si vestono della toga oppure si mettono la parrucca. Si è mai esaminato il significato etnologico di questa costumanza del magistrato inglese? Mi sembra che il rapporto con la moda della parrucca nel Seicento e nel Settecento sia soltanto secondario. La parrucca giudiziale inglese provenne piuttosto dalla coif, che in origine era uno stretto cappuccio bianco, rappresentato oggigiorno ancora da una striscia bianca sotto la parrucca. Questa parrucca del magistrato è più che il residuo di una moda antica. Per la sua funzione è da considerarsi molto affine alle maschere dei popoli primitivi. Trasforma colui che la porta facendone un altro essere. Il mondo britannico, con quel rispetto della tradizione che gli è proprio, tiene in onore ancora altre antiche caratteristiche nella pratica del diritto.

L'elemento sportivo e umoristico del processo, che làè tanto in uso, appartiene ai tratti fondamentali della vita giudiziaria in genere. Nemmeno alla coscienza di altri popoli manca completamente quel tratto. Be a good sport, diceva il contrabbandiere americano nei giorni del divieto dell'alcool al commissario che voleva fargli una contravvenzione.

Un giudice in riposo mi scrisse in proposito: "Stile e contenuto dei nostri documenti tradiscono con quanta voluttàsportiva i nostri avvocati si assalgono spesso l'uno con l'altro usando argomenti e contro-argomenti (molti dei quali sono sofistici); tanto che la loro mentalitàmi faceva talvolta pensare a quella dei porta-parole in un processo (secondo l'adat, diritto popolare in Giava), che a ogni argomento ficcano un bastoncino in terra per tentare di ottenere col numero maggiore di bastoncini la vittoria nella lotta giuridica".

Particolarmente convincente è il carattere ludico della pratica giudiziaria nella descrizione che Goethe fa del processo nel Palazzo Ducale a Venezia (Italienische Reise, 3 ottobre).

Valgano queste notizie sparse a prepararci al nesso essenziale fra giurisdizione e gioco. E ritorniamo dunque alle forme arcaiche del processo. Nella procedura davanti al giudice si tratta in ogni tempo e circostanza tanto intensamente, anzi tanto esclusivamente, di "vincere", che non si può eliminarne l'impronta agonale neppure per un momento. Mentre il sistema di regole restrittive, che predomina sempre in quell'agone, lo pone-per la forma completamente nella classe del gioco antitetico ben ordinato.

L'effettivo rapporto fra diritto e gioco nelle culture arcaiche è classificabile da tre diversi punti di vista. Il processo è un gioco d'azzardo, è una gara, è una lotta a parole.

Il processo è una lotta per diritto o ingiustizia, per ragione o torto, per vincere o perdere. Ritraendo ora lo sguardo dalla pratica giuridica in forme culturali molto sviluppate a quella di stadi culturali meno progrediti, vediamo che il concetto di vincere o perdere, cioè il concetto puramente agonale eclissa nella coscienza della collettivitàil concetto di giustizia o ingiustizia, cioè il pensiero etico-giuridico. L'elemento d'azzardo, e conseguentemente quello di gioco, risalta sempre di più a seconda che ci trasferiamo in una coscienza giuridica più primitiva. Allora ci si presenta un mondo d'idee in cui sono compresi in un solo complesso il concetto di decisione per mezzo d'oracolo, di giudizio di Dio (le ordalie), del sorteggio, dunque per mezzo d'un gioco (perché qui l'irrefragabile decisione si basa unicamente su una regola di gioco) e il concetto della decisione per mezzo d'una sentenza giuridica.

Si accetta il volere della potenza divina, cioè quel che ha da portarci il prossimo avvenire, cioè il destino che si compie, strappandole una sentenza. Si viene a conoscere l'oracolo provocando l'incerto. Si tirano le verghette o si gettano i dadi, o si punta fra le pagine del libro sacro. Così il comandamento nell'"Esodo" 28.30, per deporre l'urim e il tummim, qualunque siano stati codesti oggetti, nella borsa della giustizia che il sommo sacerdote usava portare sul cuore, e con la quale Eleazar, il sacerdote, chiede consiglio (27.21). Allo stesso modo Saul ordina di gettare le sorti fra lui e suo figlio Gionata ( "Primo Re" 14 .42 ) . Il rapporto fra oracolo, gioco d'azzardo e giustizia è quanto mai chiaro qui. Anche il mondo arabico pagano conosce un consimile oracolo della sorte (5). E che altro è la sacra bilancia sulla quale, nell'Ilìade, Giove soppesa il destino della morte prima che cominci la lotta?

"Allora il Padre tese i due piatti d'oro e vi depose i due gettoni dell'amara morte, quello dei Troiani domatori di cavalli e quello degli Achei bronzovestiti" (6).

Questo soppesare è la giurisdizione di Giove, dikazein. I concetti di volontàdivina, di destino e di esito della fortuna sono fusi completamente. La bilancia della Giustizia - poiché da questa immagine omerica deve aver origine la figura - indica il rischio dell'impresa azzardata. E non si tratta ancora qui di un trionfo della veritàmorale, dell'idea che la giustizia pesi più dell'ingiustizia.

Sullo scudo d'Achille, com'è descritto nel diciottesimo libro dell'Iliade, c'è fra le altre figure quella di un processo, entro un cerchio sacro in cui sono seduti i giudici. In mezzo stanno i dyo chrysoio talanta da dare poi a colui che pronuncieràla sentenza più retta (7). Due talenti d'oro sarebbero dunque la somma per cui le parti competono. In fondo però somiglia più a una posta o a un premio che all'oggetto di un processo. Orbene, talanta significò in origine la bilancia stessa. Non sarebbe possibile che il poeta si fosse ispirato qui a una raffigurazione, su cui -secondo l'uso antico - il diritto era veramente pesato, cioè deciso dall'oracolo della fortuna, e che egli, non comprendendo più tale antichissima rappresentazione, avesse inteso talanta come un valore monetario?

Il greco dike, diritto, ha una scala di significati che si estende tra astrazione e concretezza. Accanto a diritto nel senso astratto può significare anche la parte spettante, l'indennità: le parti danno e prendono dike, il giudice assegna dike. E dike significa altresì il processo stesso, la condanna e la pena . Secondo Werner Jaeger si potrebbe in questo caso, per eccezione, considerare il significato concreto come derivato da quello astratto (8). Apparentemente non vi s'accorda il fatto che proprio le astrazioni dikaios equo, e dikaisyne - equità, si sono formate da dike solo in un tempo più recente. Il rapporto da noi trattato prima, fra la giurisdizione e il tentare la sorte, ci farebbe propendere a preferire l'etimologia, rifiutata da Jaeger, che fa derivare dike da dikeìn, gettare, pur potendosi a malapena mettere in dubbio il rapporto di dike con deiknymi.

Pare che anche in ebraico esista il rapporto fra "giustizia" e "gettare"; in tale lingua sono innegabilmente apparentate la parola che indica legge e giustizia, thorah, e la radice che significa gettare la sorte, provocare una sentenza d'oracolo (9).

Di particolare importanza appare il fatto che la figura di Dike sulle monete si confonde con quella di Tyche l'incerto destino.

Anche quest'ultima dea tiene la bilancia. Non si tratta-dice Miss Harrison - di un tardo "sincretismo" di queste figure divine; esse partono da un unico concetto agonale "sortediritto" che poi si differenzia (10).

Anche nella tradizione dei popoli germanici possiamo osservare tale primitivo rapporto fra giustizia, sorte, e gioco d'azzardo.

Fino al giorno d'oggi nella lingua olandese la parola lot significa allo stesso tempo ciò che è destinato a un uomo in futuro, ciò che gli tocca, ciò che gli è assegnato (tedesco: Schicksal) e il simbolo della sua fortuna, cioè il fiammifero più breve o più lungo, oppure il biglietto della lotteria.

Difficilmente si può determinare quale dei due significati sia più originale: nel pensiero arcaico i due concetti stessi confluiscono. Giove tiene la bilancia della giustizia divina, gli Asi giocano a dadi le sorti del mondo. La sentenza divina risulta tanto dall'esito di un saggio di forza o di una lotta alle armi in termini d'uguaglianza, quanto dal modo di cadere dei simboli del gioco. La lotta alle armi si accompagna talvolta a un gioco di dadi. Non senza profonde ragioni così nel passato come nell'anima umana si continua ancor oggi a indovinare il destino dalla posizione delle carte. Mentre gli eruli combattono con i longobardi, il loro re se ne sta ai dadi. Allo stesso modo si gioca ai dadi nella tenda del re Teodorico presso Quierzy (11).

Non è facile determinare esattamente la concezione delle ordalie nello spirito dei popoli che le misero in atto. A prima vista pare che si possano circoscrivere nel modo seguente: gli dèi dimostrano con l'esito della prova o del lancio, da quale parte stia la veritào in quale senso si estenda la loro disposizione. Però non è forse questa giàun'interpretazione di uno stadio più recente?

In fondo non è proprio punto di partenza quella competizione stessa, il giocare su chi vincerà? L'esito del gioco d'azzardo è di natura una sacra decisione. Lo è ancora laddove un regolamento dice: paritàdi voti decide la sorte. Solo in una fase progredita dell'espressione religiosa, sorge la nozione che veritàe giustizia si manifestano perché un dio guida la caduta dei dadi o la vittoria nella lotta. Quando Ehrenberg dice: "Dal giudizio di Dio nasce la giustizia terrena" (12), mi sembra che supponga una successione di concetti che non è quella dello sviluppo storico reale. Piuttosto converràdire che giurisdizione e ordalie sono radicate insieme in una pratica di decisione propriamente agonale, ottenuta sia con un sorteggio sia con una lotta. La lotta per vittoria o perdita è sacra per se stessa. Quando è animata da concetti formulati di giustizia e di ingiustizia, allora si eleva nella sfera giuridica, e quando è dominata da concetti positivi d'una forza divina, allora si eleva nella sfera della fede.

Qualitàprimaria di tutto questo è però la forma ludica.

La lite è una competizione; spesso in forma di una corsa o di una scommessa. Vi riappare sempre l'elemento della posta (wedde, gage de bataille, pegno simbolico), concetto essenzialmente ludico. Il potlatch crea un sistema primitivo di rapporti giuridici. La sfida realizza un accordo (13). Indipendentemente dal potlatch e dalle ordalie riconosciute, si può ritrovare in ogni sorta di usanze giuridiche arcaiche la gara per il diritto, cioè per la decisione e il riconoscimento di un rapporto stabile riguardo a un dato caso. Gran parte di ciò che Otto Gierke tempo fa unì senza ulteriore spiegazione sotto il nome di Humor im Recht, e che si considerò come libero gioco dello spirito popolare, trova ora un giusto chiarimento nell'ambito delle origini agonali del decreto giuridico. Gioco dello spirito popolare senza dubbio, ma in senso più profondo di quanto non amettesse Gierke, e pregno di serietà. In tal modo si determina per esempio, nelle antiche usanze giuridiche dei germani, il confine di una marca o di una proprietàcon una gara di corsa o con un lancio coll'ascia, si decide dove stia il diritto facendo indicare un oggetto o una persona da un bendato oppure facendo girare o rotolare un uovo. Questi casi si classificano come sentenza giudiziaria per mezzo del saggio di valore o del gioco d'azzardo. In arabo la parola qara' indicante pegno è formata da una radice che significa tirare a sorte, oppure vincere nel sorteggio o nel tiro a segno.

Non è certo un mero caso che la gara occupi un posto particolarmente importante nella scelta della sposa o dello sposo.

La parola inglese wedding per matrimonio, ha uno sfondo almeno tanto pregno di storia culturale e di storia del diritto quanto la parola olandese bruiloft. La prima indica la wedde, il pegno simbolico con cui uno si obbliga all'unione contratta (14)

Bruiloft indica la corsa, cioè la corsa per ottenere la sposa, corsa che poteva costituire la prova o una delle prove da cui dipendeva la realizzazione dell'unione (15). Le Danaidi furono ottenute con una corsa, esempio imitato ancora in tempi storici

Anche riguardo a Penelope si parla di una corsa consimile (16).

Non importa in primo luogo se tale azione sia raccontata soltanto nelle saghe o nei miti, o se si possa verificarla anche nell'uso reale. L'essenziale è che esista il concetto di una competizione per la sposa. Il matrimonio è un contrat àépreuves, a potlatch custom, dice l'etnologo. Il Mahabharata descrive le prove di forza che i pretendenti di Draupadi devono compiere, e altrettanto fa il Ramayana riguardo a Sita, e il "Canto dei Nibelunghi"descrive le prove di forza per ottenere Brunilde.

Però non sono necessariamente mere prove di forza o di coraggio quelle che il pretendente deve dare per ottenere la sposa.

Talvolta è esaminato nella sua scienza con domande difficili.

Nella descrizione di Nguyen Van Huyen dei giochi festivi dei giovanotti e delle ragazze nell'Annam occupa un posto importantissimo la gara di erudizione e d'arguzia. Talvolta la ragazza impone dei veri e propri esami al giovane. Nella tradizione dell'"Edda" si ritrova, seppure in forma alquanto alterata, il saggio di erudizione per ottenere la sposa, quando, nella canzone di Alviss, Thor promette sua figlia al nano onnisapiente se questi a tutte le sue domande sapràdire i nomi segreti delle cose (17).

Passiamo ora dalla gara alla scommessa, che è in stretta relazione col voto. L'elemento della scommessa vive in due maniere nella procedura giuridica. La prima è questa: il protagonista nel processo scommette il suo diritto, cioè egli sfida l'avversario a contrastare il suo diritto ponendo una scommessa, gage, vadium. Il diritto inglese ancora nell'Ottocento ebbe due forme di procedura nelle azioni civili, che si chiamavano wager, letteralmente: scommessa - la wager of battle, secondo la quale uno invitava al duello giudiziario, e la wager of law, secondo la quale uno si obbligava a fare, in un giorno determinato, il giuramento dell'innocenza. Benché oramai da molto tempo in disuso, queste forme furono abolite soltanto nel 1819 e nel 1833 (18).

Mentre da una parte il processo stesso ha carattere di scommessa, dall'altra esiste l'uso che gli spettatori scommettano sull'esito del processo, nel senso che noi diamo di solito alla parola scommettere. Mi pare che in Inghilterra siano ancora attuali le scommesse sull'esito di un processo. Quando Anna Bolena e i suoi compagni di sventura comparvero in giudizio nella Tower Hall, il pubblico, impressionato dalla coraggiosa difesa del fratello di Anna, Rochford, scommise dieci contro uno sulla sua assoluzione.

In Abissinia la scommessa sulla sentenza era un esercizio abituale nello svolgimento di una seduta giudiziaria, fra il momento della difesa e l'esame dei testimoni (19).

Noi distinguiamo tre forme ludiche del processo: gioco d'azzardo, competizione o scommessa, e gara nella parola. Il processo mantiene naturalmente quest'ultima forma pure dopo che, col progredire della civiltà, ha perduto, completamente o in parte, in apparenza o realmente, la sua qualitàludica. Per il nostro soggetto interessa comunque soltanto la fase arcaica di tale gara nella parola, nella quale non decide l'argomento giuridicamente più esatto, bensì l'offesa più acerba ed efficace. L'agone consiste qui, quasi completamente, nel superarsi a vicenda in oltraggi scelti e nel restare i più forti. Delle gare d'invettive stesse, come atto sociale per amore dell'onore e del prestigio trattammo giàprima, parlando di psogos, iambos, mufakhara, mannjafnadr, eccetera. I passaggi fra la joute de jactance in sé e la gara d'invettive in forma di processo non sono ben delimitati. Ciò risulteràmolto meglio quando esamineremo più a fondo uno dei dati più curiosi per la relazione fra gioco e cultura, cioè le gare di tamburo o competizioni di canto degli Eschimesi groenlandesi. Difatti abbiamo qui in applicazione odierna o almeno recente, un caso in cui la funzione culturale da noi chiamata processo non si è liberata ancora menomamente dalla sfera e dalla natura del gioco (20).

Quando un Eschimese vuole sporgere querela a un altro lo sfida a una gara di tamburo, ossia competizione di canto (Trommesang, drum-match, drum-dance, song-contest). La tribù o il clan si riuniscono a un raduno festivo, tutti ben azzimati e disposti a gaiezza. I due avversari si indirizzano a vicenda canzoni oltraggiose, accompagnate dal tamburo, nelle quali si rimproverano i loro reciproci reati. Così facendo, non distinguono fra accusa fondata, satira ridicola e calunnia abbietta. Un cantore enumerava tutte le persone che durante una carestia erano state divorate dalla moglie e dalla suocera del suo avversario, cosa che colpiva tanto gli astanti da farli scoppiare in un pianto dirotto. Il canto va accompagnato da torture e maltrattamenti: soffiare e sbuffare sul viso dell'altro, colpirlo fronte a fronte, spalancargli le mascelle, legarlo al palo della tenda; tutte cose che "il colpevole" deve sopportare con la massima rassegnazione, anzi con risate ironiche. Gli spettatori accompagnano cantando i ritornelli, applaudono, aizzano le due parti. Altri invece se ne stanno a dormire. Durante gli intervalli le due parti si trattano amichevolmente. Le sedute di tale competizione possono aver luogo nel corso di parecchi anni; le parti immaginano sempre nuove canzoni, e denunciano nuovi misfatti. Infine gli spettatori decidono chi debba essere considerato vincitore. In seguito, in certi casi, si ristabilisce l'amicizia, ma succede anche che una famiglia emigri per la vergogna della sconfitta. Uno può partecipare contemporaneamente a diverse gare di tamburo. Anche le donne vi partecipano.

In primo luogo importa qui il fatto che tali competizioni occupino presso le tribù che sogliono praticarle il posto di sentenze giuridiche. Accanto alle gare di tamburo, quelle tribù non conoscono nessun'altra forma di giurisdizione. Esse rappresentano l'unico mezzo di decisione d'un conflitto; non c'è altro modo per creare un'opinione pubblica (21). Perfino dei casi di omicidio sono svelati in questa forma. Dopo la vittoria nelle gare di canto, non segue più nessuna altra sentenza ufficiale. Per lo più sono delle questioni di donne che costituiscono il motivo della competizione. E' possibile distinguere fra tribù che conoscono l'usanza come strumento giuridico e altre presso le quali essa esiste solo come passatempo festivo. Le violenze concesse sono diversamente stabilite: battere, oppure legare soltanto, eccetera . Accanto alla gara di canto servono talvolta a decidere nei conflitti il pugilato e la lotta a corpo a corpo.

Qui dunque ci troviamo davanti a un esercizio culturale che compie la funzione di giurisdizione, in forma assolutamente agonale, e che allo stesso tempo è un gioco nel senso più proprio. Tutto si svolge fra allegre risate. Si tratta di divertire gli uditori.

Per la prossima volta, - dice Igsiavik (22), - farò una nuova canzone che saràmolto divertente e legherò il mio avversario al palo -. Le gare di tamburo sono il principale divertimento della vita sociale. In mancanza di un conflitto sono indette anche per puro gusto; e qualche volta, indizio d'arte rara, si canta in indovinelli.

Dalla gara di tamburo non differiscono molto le sedute giudiziarie satirico-umoristiche per punire ogni sorta di falli, particolarmente sessuali; si trovano fra molte usanze dei paesi germanici (di cui la più famosa è la cosiddetta Haberfeldtreiben), intese veramente come farsa, nondimeno talvolta seriamente valevoli; come il Saugericht della gioventù in Rapperswil, dal quale si poteva far appello al consiglio comunale (23).

E' evidente che le gare di tamburo degli eschimesi appartengono allo stesso ambito del potlatch, delle gare di millanterie e d'invettive nel vecchio mondo arabico, delle competizioni cinesi, del nìdsang nel vecchio mondo norvegese, che è una canzone con la quale si mirava a procurare disonore a un nemico. E' altrettanto evidente che questa sfera non è, almeno in origine, quella delle ordalie in senso proprio. La nozione di una sentenza delle forze divine in materia di astratta veritàe di giustizia può semmai essere secondariamente legata a tali azioni, ma il fatto primario è qui la decisione agonale qua talis, cioè la decisione di cose serie per mezzo di gioco e in gioco . Particolarmente si accosta al costume eschimese l'arabico nifar o munafara, competere in fama e onore davanti a un arbitro.

Anche la parola latina iurgium, iurgo deve essere intesa da questo punto di vista. E' sorta da una forma ius-igium, da ius e da agere, dunque su per giù "fare giustizia", da confrontarsi con litigium, fare lite. Orbene, iurgium significa tanto il processo, la procedura, quanto invettiva, lotta a parole, ingiuria; e indica una fase nella quale la lotta giuridica era ancora in essenza una gara d'invettive. Alla luce delle gare eschimesi di tamburo, si spiega meglio anche una figura come Archiloco i cui canti contro Licambe vi assomigliano un poco.

Perfino i rimproveri ammonitori di Esiodo al fratello Perse si potrebbero forse considerare sotto questo punto di vista. Jaeger osserva che la satira pubblica in Grecia non era sermone soltanto, né serviva a rancori personali soltanto, ma in origine deve aver adempiuto a una funzione sociale (24). E noi osiamo dire senz'altro: quella stessa funzione rappresentata dalla gara eschimese di tamburo.

Del resto la fase in cui non si possono separare l'arringa di difesa e le gare d'invettive, non era ancora pienamente tramontata nella civiltàclassica. L'eloquenza giudiziaria, nel massimo splendore ateniese, aveva tutti i segni di una gara d'abilitàretorica nella quale era ammesso ogni artifizio e ogni strumento di persuasione. Il foro e la tribuna politica passavano per i luoghi prototipi dell'arte della persuasione. Tale arte costituisce insieme con la violenza di guerra, di rapina o di tirannia, quella caccia all'uomo, di cui gli interlocutori nel "Sofista" di Platone fanno la definizione (25). Per denaro i sofisti insegnavano come si poteva rinvigorire una causa dubbia.

Un politico giovane soleva iniziare la sua carriera con un'accusa in un processo famigerato.

Anche a Roma era per molto tempo ancora valido, nella procedura giuridica, ogni mezzo per atterrare l'avversario. Ci si vestiva in lutto, si sospirava e ci si lamentava, si faceva clamorosamente appello alla salute dello Stato, si portavano degli "assistenti"

per fare più impressione, in breve, si faceva tutto ciò che ancor oggi si fa di tanto in tanto (26). Gli stoici vollero togliere all'eloquenza giuridica questo carattere ludico per conformarla alle loro severe norme di veritàe di dignità. Ma il primo che volle attuare tale tendenza, Rutilio Rufo, perdette la causa e dovette andare in esilio.

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